STORIA   DELLA   DONAZIONE   DI   SANGUE

 

L‘argomento principale di questo scritto è quello del dono del sangue o, per estensione, quello delle pratiche trasfusionali. In questa parte vorrei ripercorrere il lungo processo storico, consentito in primis da una serie di scoperte biologiche, tecnologiche e chimiche utilizzate in ambito medico, che ha definito le odierne pratiche trasfusionali. Vorrei inoltre mettere in evidenza come la donazione del sangue, componente essenziale della moderna medicina occidentale, si sia affermata e diversificata a seconda dei diversi contesti politici economici e sociali.

Da un punto di vista prettamente biologico il sangue è considerato un tessuto fluido presente in tutti i vertebrati, che scorre all‘interno del sistema circolatorio e la cui funzione primaria è quella di provvedere all‘apporto di ossigeno e nutrimento a tutti gli altri tessuti dell‘organismo. Esso è composto da una parte liquida chiamata plasma e da una parte corpuscolare costituita dai globuli rossi, dai globuli bianchi, dalle piastrine e da altri fattori.
 
Sebbene le prime scoperte che consentirono l‘uso terapeutico delle trasfusioni di sangue si siano avute solo in seguito agli studi sul funzionamento del sistema circolatorio (XVII secolo) e quelli sul principio di compatibilità dei gruppi sanguigni (primi anni del XX secolo), è possibile riscontrare alcuni tentativi di terapie attraverso l‘infusione o l‘uso di salassi risalenti ai tempi dell‘antica Grecia o della civiltà degli antichi egizi. Fonti storiche riportano che la prima trasfusione documentata sia avvenuta nel 1492 quando al Papa Innocenzo VIII, malato a causa della sua età avanzata, venne trasfuso il sangue di tre giovani in salute con l‘intento di ringiovanirlo. Nelle società dell‘Europa Medievale e premoderna, d‘altronde, il sangue era inserito all‘interno di molteplici rappresentazioni che lo caricavano, alla stregua di altri fluidi corporei, di significati magici, religiosi e farmacologici i quali, con le proprie specifiche retoriche, erano a fondamento del senso che veniva dato al corpo, alla malattia e alla società.

Il primo passo verso la nascita delle pratiche trasfusionali ci fu nel 1628 quando il medico inglese William Harvey pubblicò il suo trattato "Exercitatio anatomica de motu cordis in animalibus” nel quale descrisse le sue scoperte relative a quello che da questo momento in poi verrà definito come sistema circolatorio. Le scoperte di Harvey consentirono di considerare la possibilità di mettere in comunicazione i sistemi circolatori di due individui diversi, dando il via a numerosi tentativi di trasfusioni fatte sugli animali, grazie al superamento delle ormai obsolete conoscenze sulla fisiologia del sistema circolatorio. Fino a quel tempo infatti la circolazione sanguigna era stata considerata come componente della fisiologia Galenica, secondo la quale quello sanguigno avrebbe costituito, insieme a quello collerico, melanconico e flemmatico, la totalità degli umori da cui dipendeva la salute degli esseri umani.

I risultati positivi registrati negli esperimenti di trasfusioni su animali convinsero a spostare la sperimentazione direttamente sugli esseri umani. Ciò avvenne in Francia nel 1667 quando il medico Jean Baptiste Denis, dopo vari tentativi, trasfuse il sangue di un agnello nel corpo di un sedicenne. Fu così che le pratiche trasfusionali cominciarono ad affermarsi in tutta Europa come terapie per disturbi molto diversi tra loro come la pazzia, l‘anemia cronica, la tisi, le febbri, il cancro allo stomaco e il tifo. Tuttavia con l‘incremento degli esperimenti aumentarono anche i fallimenti: gli entusiasmi dei primi successi lasciarono il posto alla diffidenza nei confronti delle trasfusioni da parte del mondo scientifico del tempo.

Fu un decreto del tribunale di Parigi del 17 Aprile 1668, trasformato in legge il 10 gennaio 1670, a sancire l‘interruzione delle pratiche trasfusionali in Europa. La circostanza che portò a tale proibizione fu l‘accusa di omicidio contro lo stesso Jean Babtiste Denis da parte della moglie di un suo paziente, morto dopo una somministrazione di sangue praticatagli dal medico francese. Sebbene i giudici stabilirono che il decesso fosse stato causato da un avvelenamento da arsenico, l‘episodio fu usato come pretesto per proibire le trasfusioni di sangue proprio perche si dimostravano sempre più spesso letali.

Il divieto e la mancanza di testimonianze storiche fanno pensare che tra gli anni ‘70 del XVII secolo e i primi anni del XIX fu pressoché assente ogni pratica di trasfusioni, fin quando, nel 1818, l‘ostetrico inglese James Blundell ne eseguì con successo una da braccio a braccio. L‘intuizione da cui partì Blundell fu quella secondo cui i numerosi decessi post trasfusionali dipendevano dall‘utilizzo di sangue interspecifico, cioè prelevato da un individuo di specie diversa da quella del ricevente; pertanto il ricorso a sangue umano avrebbe potuto risolvere il problema. L‘occasione di dimostrare la sua teoria si presentò quando una donna con un‘emorragia post-partum venne salvata grazie al sangue di suo marito. Negli anni successivi Blundell effettuò altre dieci trasfusioni, ma di queste solamente la metà mostrarono dei benefici per i pazienti.

Comparando i risultati delle trasfusioni su esseri umani eseguite utilizzando sangue animale con quelle effettuate con sangue umano, ci si accorse che la maggior parte dei casi di decessi avveniva all‘interno della prima casistica. Tuttavia, sebbene con l‘impiego di sangue prelevato da esseri umani i fallimenti fossero diminuiti, rimaneva una pratica ancora molto rischiosa. Molti casi di trasfusione, infatti, si concludevano con dei risultati tutt‘altro che benefici, dovuti soprattutto alla coagulazione, agglutinazione ed emolisi del sangue trasfuso, che potevano portare alla morte del ricevente.

Fu Karl Landsteiner che, insieme ai suoi collaboratori, operò nel 1901 la classificazione dei gruppi sanguigni individuandone l‘ereditarietà genetica e formulandone il principio di compatibilità. Secondo tale principio, i soggetti di tipo A possono ricevere sangue di gruppo A o zero e possono donare sangue a individui di gruppo A o AB; gli individui di tipo B possono ricevere sangue di gruppo B o zero e possono donare sangue a soggetti di gruppo B o AB, i soggetti di gruppo AB vengono denominati riceventi universali, poiché possono ricevere sangue da tutti gli altri gruppi, ma possono donarlo solamente ad altri individui di tipo AB, i soggetti di gruppo zero sono detti donatori universali, poiché possono cedere sangue a tutti gli altri individui, ma possono ricevere sangue solo di tipo zero. La scoperta di Landstainer fu consentita anche dalla riscoperta delle leggi di Mendel ad opera del naturalista inglese William Bateson alla fine del XIX secolo.

Si trattò di un passo assolutamente necessario e fondamentale per l‘affermazione delle pratiche trasfusionali perché permetteva di risolvere il problema degli inspiegabili fenomeni di coagulazione del sangue. Quarant‘anni dopo fu ancora lo stesso Landsteiner (che nel frattempo fu insignito del premio nobel per la medicina nel 1930), che insieme ad Alexander S. Weiner aggiunse un ulteriore tassello alla comprensione dei fenomeni di incompatibilità sanguigna individuando il fattore Rh.

L‘altro passo fondamentale agli inizi del XX secolo fu lo sviluppo di nuove tecniche chirurgiche sviluppate da Alexis Carrel e George Crile negli Stati Uniti relativi al collegamento della vena del ricevente direttamente con l‘arteria del donatore.

Questi due elementi si rivelarono fondamentali per la grande diffusione delle trasfusioni che prese avvio nella prima metà del Novecento ai quali si aggiunsero lo sviluppo e l‘utilizzo di tecnologie militari sempre più letali. Una spinta decisiva all‘affermarsi e al consolidarsi dei servizi trasfusionali fu data infatti dagli eventi bellici di questo periodo come i due conflitti mondiali e la guerra civile in Spagna. Fu in particolar modo l‘aumento della domanda di sangue a fornire lo stimolo per il miglioramento e rodaggio di quelli che cominciarono a connotarsi come dei veri e propri sistemi trasfusionali in grado di mobilitare un‘alta percentuale di popolazione e che dunque imponevano una gestione più istituzionalizzata. Le varie Nazioni cominciarono così ad avere la necessità di aumentare il numero delle donazioni e dei donatori e di creare dei centri in grado di facilitare l‘approvvigionamento del sangue.

Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale fu l‘occasione per perfezionare le procedure trasfusionali e per far sì che si riconoscesse il loro valore in ambito medico e chirurgico. Già nel 1914 alcuni ricercatori scoprirono simultaneamente in tre paesi diversi (Argentina, Inghilterra e Belgio)  le proprietà anticoagulanti del citrato di sodio e nel 1918 Oswald Robertson aggiunse il destrosio consentendo un periodo di conservazione fino a ventuno giorni e aprendo così la strada alla nascita delle banche del sangue.

Con la fine della Prima Guerra Mondiale, nella consapevolezza del forte rilievo che le pratiche trasfusionali potevano avere, molti esponenti nel campo della medicina di tutto il mondo fecero in modo di migliorare tali pratiche anche in tempo di pace. Per queste ragioni, sia durante che dopo la guerra, si tentò di educare e formare il maggior numero possibile di persone qualificate. La scoperta dei gruppi sanguigni, dei conservanti e la grande richiesta di sangue nella prima guerra mondiale furono decisivi per la nascita di quelle che vennero definite le "trasfusioni indirette" in alternativa a quelle da braccio a braccio; tutto ciò permise di superare le difficoltà legate sia alla pratica delle trasfusioni braccio a braccio sia alle forme di reclutamento all‘interno delle reti familiari e amicali.

Il processo d‘istituzionalizzazione dei servizi trasfusionali e il consolidarsi dei vari modelli di reclutamento dei donatori avvenne nel decennio che va tra gli anni '20 agli anni '30. Tali modelli variavano dal pagamento del sangue secondo le regole del libero mercato, come nel caso degli Stati Uniti, a donazioni volontarie e gratuite proprie del sistema inglese, cui si aggiungevano i modelli misti controllati dallo Stato come in Francia.

Sempre in questo periodo cominciarono a sorgere le prime banche del sangue, che rafforzarono il processo d‘istituzionalizzazione delle pratiche trasfusionali in gran parte dei paesi occidentali (Inghilterra, Francia, Stati Uniti, Olanda, Germania, Belgio, Italia, Russia etc.).

In quegli anni l‘aumento della domanda di sangue portò a vari tentativi per aumentarne la disponibilità anche attraverso percorsi alternativi a quello del reclutamento di donatori. Un esempio fu rappresentato dal medico russo Sergei Yudin che cercò di prelevare e utilizzare sangue da cadaveri umani. Nel 1933 a Parigi viene infatti pubblicato "Le transfusion du sang de cadavre a l'homme" nella quale egli descrisse il suo metodo di raccolta. Lo stesso Yudin creò una banca del sangue nel 1930 all‘interno dell‘istituto Sklifosovsky Institute di Mosca.

 

Parallelamente s‘intensificarono gli esperimenti per cercare di separare le componenti del plasma, che portarono alle prime forme di frazionamento del sangue e, durante la Seconda Guerra Mondiale, alla nascita delle prime industrie in grado di operare tale separazione.

Diversi e alquanto eterogenei tra loro erano i modelli trasfusionali che nel secondo dopoguerra conobbero un significativo incremento. Nonostante l'adozione nel 1948 di un decreto nel quale veniva sancita la donazione gratuita e volontaria da parte della Croce Rossa, molti sistemi trasfusionali continuarono a non basarsi su tale principio. Alcuni di questi sistemi, come quello tedesco e olandese, erano poco sviluppati o erano stati creati da poco tempo. Altri erano controllati direttamente dallo Stato come quelli negli Stati sovietici dell‘Europa dell‘est. La Croce Rossa ne gestiva alcuni con i princìpi della donazione volontaria, come quello polacco e canadese. In Italia invece era presente un sistema trasfusionale gestito in parte dallo Stato e in parte da associazioni private. Ne esistevano infine altri, come quello giapponese, in cui il sistema trasfusionale era in mano a vere e proprie imprese.

 

I notevoli sviluppi delle tecniche trasfusionali e, soprattutto, la separazione delle sue componenti, innescarono, tra gli anni '60-'70 del secolo scorso, una vistosa crescita del commercio del sangue e dei suoi derivati. Questa commercializzazione si basava su specifici traffici internazionali di sangue e plasma che nella maggior parte dei casi partivano dai paesi più poveri, come quelli del sud dell‘America e quelli africani, per giungere in quelli del nord del mondo, in particolar modo negli Stati Uniti, dove venivano lavorati dalle industrie e distribuiti sottoforma di farmaci nel resto del mondo.

Anche l‘Organizzazione Mondiale della Sanità cominciò a interessarsi alla questione delle pratiche trasfusionali. Già con la questione della vendita di sangue dal sud al nord del mondo, l‘OMS avviò delle analisi sullo stato dei vari servizi trasfusionali nei paesi membri, costatando così la presenza di molteplici problematiche relative ai vari sistemi trasfusionali, in particolare nei paesi più poveri. Nel conseguimento del suo obiettivo del raggiungimento da parte di tutti i popoli del più alto livello possibile di salute, l‘OMS emanò così nel 1975 la prima di una lunga serie di direttive relative alla sicurezza del sangue. Da questa data, in pochi anni, la questione della sicurezza del sangue assunse maggiore importanza anche in funzione di un altro nuovo grande problema: il virus HIV.

Nel 1982, infatti, negli Stati Uniti fu diagnosticata per la prima volta la malattia dell‘Immunodeficienza acquisita (AIDS) e nel 1984 venne individuato il virus responsabile di questa malattia, quello dell‘HIV. Nell‘ampliarsi di questa pandemia, un ruolo fondamentale lo ebbero proprio le pratiche trasfusionali le quali costituirono uno dei principali canali a causa dell‘alta probabilità di contaminazione attraverso l‘immissione di sangue infetto all‘interno di un individuo. Le conseguenze della diffusione dell‘AIDS amplificarono le problematiche relative alla sicurezza del sangue e degli emoderivati; ancor più se si pensa che il sangue potenzialmente infetto entrava all‘interno di quei circuiti commerciali globali cui si accennava poco fa, rendendo ancora più concrete le possibilità del virus di diffondersi su scala mondiale.

Questa rapida industrializzazione influisce molto sulle caratteristiche degli attuali sistemi trasfusionali mondiali, facendo sì che oggi lo scenario globale sia caratterizzato dalla presenza di un doppio circuito: da una parte quello di raccolta di sangue intero basato su donazioni volontarie e dall‘altra quello del plasma e degli emocomponenti raccolti, lavorati e distribuiti secondo logiche prettamente di mercato.

I due circuiti si differenziano soprattutto per il reclutamento dei donatori. Nei sistemi di mercato il sangue deve essere pagato e le case farmaceutiche possono così diminuire i costi rivolgendosi alle persone meno abbienti presenti all‘interno delle varie comunità e risparmiano sui test del sangue raccolto. La conseguenza è stata che molte malattie trasmissibili si sono diffuse attraverso i farmaci emoderivati messi in commercio. Il modello di donazioni volontarie invece si basa su una forma di raccolta esclusivamente da persone che decidono consapevolmente di donare il proprio sangue in maniera anonima e gratuita; in questo modello, l‘interesse economico non è in grado di inficiare la qualità e la sicurezza del sangue donato. Questo doppio circuito è evidente al livello globale: il sangue intero circola principalmente all'interno dei confini nazionali, mentre il plasma viaggia su complessi circuiti internazionali nei quali gli Stati Uniti ricoprono il ruolo di principali esportatori. I principali bacini di raccolta del sangue utilizzato come merce sono molteplici: scuole, prigioni e persone provenienti dalle porzioni più indigenti della società.

Negli ultimi anni i miglioramenti tecnologici hanno intensificato lo sviluppo industriale e commerciale del sangue. La diffusione dei farmaci emoderivati ha sollecitato le istituzioni preposte alla raccolta, ad avere a disposizione sangue da distribuire all‘interno dei circuiti industriali e commerciali. La commercializzazione del sangue, come d'altronde anche di altri tessuti umani, ha fatto sì che il corpo umano abbia cominciato a essere considerato come una fonte di profitto grazie alla presenza di un mercato. Le conseguenze morali di tale commercializzazione sono evidenti: il mercato del sangue e degli organi si struttura su delle differenze della condizione sociale, spesso permesse dalla presenza di soggetti che operano in maniera tutt'altro che lecita, che fanno sì che le fasce più deboli della popolazione vedano nella vendita di sangue e di organi una preziosa forma di reddito altrimenti difficile da ottenere.

La mercificazione del corpo porta nel vivo dell‘interesse delle scienze sociali relativo alla donazione e vendita di parti del proprio corpo. Attraverso l‘espandersi delle pratiche industriali e di mercato quello del sangue pian piano assume sempre più le connotazioni di merce piuttosto che di dono attraverso un lavoro culturale e psicologico che porta a concettualizzare il corpo in qualche modo come altro da sé, a ridurlo a un "quasi oggetto", rendendolo come un qualcosa di alienabile. La presenza di un mercato di organi e tessuti umani, anch'esso soggetto alla legge della domanda e dell'offerta, ha la capacità di ridurre a bene di consumo tutto ciò che circola all'interno di esso. Come si vedrà, questa è una delle principali caratteristiche che connotano il dono del sangue come un fatto con forti implicazioni di natura sociale.

I progressi tecnologici degli ultimi anni hanno consentito al dono del sangue di diventare un fenomeno globale consentito dalla sinergia tra le sfere della società, dello Stato, del mercato e della biomedicina. In effetti le recenti analisi socio-antropologiche sul dono del sangue rendono evidente come questi differenti ambiti debbano essere considerati tutt‘altro che separati, in quanto è attraverso la loro cooperazione che si costruisce la principale cornice all‘interno della quale il dono del sangue si svolge.

 

 

ESTRATTO DAL DOCUMENTO PUBBLICATO DAL C.N.S.

UNIVERSITA' LA SAPIENZA di ROMA - Facoltà di Lettere e Filosofia

Corso di Laurea Magistrale in Discipline Etno-Antropologiche

Candidato Alessandro Scipioni